Manifesto del Partito di Testa da Qui per Ora.

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Albatros, o parola. Altrimenti manifesta inesistenza di ciò che designa. Si vive srotolati su divani macilenti e mura più che interessate al “pensiero di un fuori” superficialmente molto vicino. Che intenso se ne parli, allo stesso modo, ci si tira via da esso, il quale è sempre là, mai proprio. La chiacchiera mugugna…ed è sì costitutiva e nutriente per la crescita di noialtri scavezzacollo che a non udirla per un lasso ci si sente male. Si è degenti; tra Godard e Jodorowsky…per dipinti e Lev Vygotskij…prose…strofe… rime in versi. Crudelmente distanti da quel fuori che non sarà mai nostro. Si parla da solo. E non si dimostra o appare in bella forma, come oggi se ne vedono in tv e per strada di teatranti e istituzioni con le corna da Mefisto. Sta il gioco nell’amare la roulette; attendendo quell’attesa che ti sgombera la spesa esosa da liquidare in caso di accumulo strabocchevole, lievitante di azioni maldestre sulla vita tua e degli altri astanti alla tragedia poco seria in sei atti: nascita, fanciullezza o saggia senilità, genialità o blasfemia, pigra e inoperosa maturità o parvenza della stessa, senilità o fanciullesca saggezza, morte. Come Orfeo verso Euridice ci si volta trangugiando soavemente il boccone solidificato nuovamente di un paese che non sente, mente e non vuol sentire il canto giovane, verde pisello, dei suoi figli e le loro adultere mogli algerine. L’altro dice la sua lingua; che è la sola, battezzata imposizione per chi parla in poesia e non c’è via che non sia già svergognata per apporre sintomatica politica al frastuono di presenza. Nascono i falò, la luna poi li spegne e balla quando il giorno non c’è perchè ha da fare. Le anime belle borbottano bei discorsi e sono ostili alla guerra, prese, come sono, da storie di ordinaria fobia; è follia parlar di fronte, a quattro occhi e un cervello, con persone dai paraocchi di cuoio bellamente imbottito di cui il perché non si è nemmeno ancora intuito pienamente…ma è tendenza e non c’è gente a questo mondo che si muova non mostrando lustrini e paillettes all’ultimo grido di Munch ormai trafugato, dimenticato come l’arte a sé ben sistemato nei salotti di borghesi proprietari e socialisti comunistizzati irredentisti nazional-democratico fascisti imperialisti interventisti anarchizzati autarchicamente in oligoi di sugo ben cotto, olio, cipolla e sale per cucinare a fuoco lento con non poco tormento chi vive la beltà e la sua incertezza fisiologica non curante di steccati dalla città importati contro voglia che dir si voglia anche del bene e del male ci si cura poco giacché occorre fare, agire gli atti prima che il cuoco ti consumi nel calderone della moda in cui si vive conformementireazionizeroforzapatapumanesindacatimorosanitariograndabbuffatagliaglistipendiatornacontinattualmente. Che vuol dire istituzione, istituto, ordinamento? Che vuol dire alla bestia che concorre nella caccia per il suo sostentamento e se ne nutre delle vite dei suoi cari? Mangiandogli la testa a quegli altri…ché, non sono poveracci bistrattati ipnotizzati mal pagati in esistenza a render conto di un dovere che non sanno manco loro perché scontare con in vista l’orizzonte di un diritto che da solo devi esercitare per campare se desideri guardare ancora un giorno il volto di tua madre. Le risorse in territorio non risiedono da sole tra li monti, le abbazie e gli altari pur sontuosi; tarantelle, manufatti, funghi untuosi nei buccacci; è la storia, nostra storia che c’insegna, ma ci trova impreparati come sempre. Perché, il tempo già lo disse: «non esisto»…e con esso il suo passato ed il futuro. Il presente è sempre vivo: sputa, disegna, legge e cammina. Tocca a noi capire il verbo se vogliamo universale il valore che si muove nel paese delle rose. A buon intenditor’…complemento di termine.

Carmine

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Category: Arte, Libri

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