Non ci si può bagnare, neppure una volta, nello stesso fiume.

| 15 febbraio 2010 | 1 Comment

Carpe diem, quam minimum credula postero.

Orazio intese pienamente la ragion d’essere di noialtri umani. Ne  racchiuse il senso in questo apodittico giudizio, destinato a livellare per sempre la condotta dei viventi.

Che cos’è il tempo? Gravoso compito definirlo. Ci provarono in molti, ma nessuno poté mai stringerlo tra le mani. Il tempo è figlio dell’uomo e l’uomo è figlio del divenire. Così fu, che quest’essere, gettato nel vasto mondo sconosciuto, dovette abbarbicarsi alle certezze come alla terra ferma, e tentò fin da principio di estendere la propria sensatezza al creato. Iniziò a battezzare gli animali e le cose; suddivise gli appezzamenti e ne fu padrone, costruì le case per stare al caldo. L’ attitudine innata  di avere il tutto sottomano e l’apparente riuscita nell’intento, innalzarono l’uomo al pari di un dio. Conquistò i suoi simili e li rese schiavi, ne bevve il sangue e possedette le donne d’ogni dove, procreando figli ancora più affamati di potere. Tuttavia, ogni notte, prima di prendere riposo sul fresco guanciale, l’uomo domandava a se stesso per quanto ancora avrebbe potuto scorazzare in lungo e in largo e se mai le sue gesta avessero, un giorno, avuto fine. La paura si manifesta di fronte a ciò che terrorizza o in mancanza di ciò che si ama e in cui si confida. Tremiamo di paura di fronte alla vita e ci scuoiamo se intravediamo anche una minima possibilità dell’improvvisa mancanza d’essa. Cogitiamo in vita su un tempo che sarà quando noi non saremo più. Perché? Siamo perversi scrutando l’ignoto che ci uccide, destabilizza il nostro baricentro; in esso annaspiamo come in un lago senza fondo. Abbiamo umanizzato qualsiasi cosa si sia posta dinnanzi ai nostri occhi e al nostro fervido intelletto, per sentirci protetti, al riparo da improvvisi e violenti temporali. Ma questo è il senso dell’uomo…vivere e sopravvivere alla ricerca d’un senso che fa male appena lo si intuisce seppur da lontano. Temiamo la libertà più d’ogni altra cosa, perché siamo in primis schiavi di noi stessi. Imbrigliati in un’angoscia che sta dappertutto e in nessun luogo scorriamo verso un baratro di cui siamo figli; allora, di cosa dolersi?

La filosofia del “cogli l’attimo” è sintomatica dell’uomo che teme l’abisso e ancor più se stesso. Quell’essere incastonato tra il prima, l’adesso e il poi da lui stesso determinati. Si dice sempre:<<Accidenti…come passa il tempo!>>. Ma qualcuno si è mai chiesto se il tempo prima di passare non debba necessariamente sorgere? Beh, la trovo una condizione naturale, poiché per morire devo prima nascere. La fugacità negativa della vita è tale per chi non è autore della propria vita, intesa come attimo supremo, eterno presente che in sé racchiude passato e futuro. L’esistenza umana è giusta così com’è. Non sto parlando di accettazione passiva o di atarassia, come il più meschino di voi potrebbe stoltamente arguire, ma di qualcosa che si chiama AMORE.

Amore non è dedizione incondizionata o cocente passionalità.

Amore non è sottomissione o gesto eroico.

Amore non è gioia né pianto.

Amore non è carne né spirito.

Amore non è ciò che credete sia Amore.

Amore è vita e vita è Amore.

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