Lo stato segreto del cervello: il flusso

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Siete vicini alle lacrime dietro la sottile copertura di sacchi di sabbia, una ventina di uomini mascherati corrono verso di voi a tutta velocità, impugnando fucili e bombe. Cercate di uccidere tutti ma altri nemici spuntano fuori dal nulla. Notate che non siete abbastanza veloci, il panico subentra e l’incompetenza vi porta alla morte. Si fallisce miseramente.
La salvezza sta nel fatto che tutto ciò non è reale, ma è tutto proiettato su schermi posizionati di fronte e sui lati.
E’ la simulazione tipica che aiuta le truppe Usa a muovere i primi passi con i fucili, ed è tutto progettato per essere il più reale possibile.
In un laboratorio a Carlsbad, California, si studia uno stato mentale noto come “flusso”, cioè quella sensazione di sforzo e di concentrazione che caratterizza la prestazione eccezionale nelle varie competenze.

Il flusso è difficile da definire, ma le nuove tecnologie potrebbero presto consentire a tutti di evocare questo stato. Il piano è quello di fornire una scorciatoia per virtuosismo, riducendo la quantità di tempo necessario per padroneggiare una nuova abilità, che si tratti di tennis, suonare il pianoforte o altro.
Secondo una ricerca pionieristica di Anders Ericsson presso la Florida State University di Tallahassee, normalmente ci vogliono 10.000 ore di pratica per diventare esperti in qualsiasi disciplina. In quel periodo, il cervello lavora a maglia insieme ad una grande quantità di nuovi circuiti che alla fine permettono di eseguire automaticamente l’abilità.

Si tratta di un Zen-come ovvero una sensazione di concentrazione, di intensa con il tempo infatti sembra che tutto si fermi mentre vi concentrate completamente sull’attività da fare.
Nonostante il suo ruolo potenzialmente cruciale nello sviluppo di talenti, molti ricercatori hanno considerato lo stato di flusso troppo scivoloso per darne un concetto.
Alla fine del 1970, Csikszentmihalyi, uno psicologo presso l’Università di Chicago, ha aiutato a cambiare questo punto di vista, dimostrando che questo stato potrebbe essere definito e studiato empiricamente. In uno studio pionieristico, ha intervistato qualche centinaio di persone di talento, tra cui atleti, artisti, giocatori di scacchi, scalatori e chirurghi, che gli consentono di fissare quattro caratteristiche fondamentali che caratterizzano il flusso.

  • Il primo è un assorbimento intenso e mirato che ti fa perdere il senso del tempo.
  • Il secondo è quello che è noto come autotelicity, il senso che l’attività in cui siete impegnati è gratificante.
  • Il terzo è trovare lo “sweet spot”, una sensazione che non vi lasci né frustrati né annoiati.
  • Il quarto, il flusso è caratterizzato da automaticità, (il senso che “il pianoforte si sta suonando”).

Csikszentmihalyi usa l’elettroencefalografia per misurare le onde cerebrali di giocatori esperti di scacchi durante una partita. Ha scoperto che i giocatori più abili hanno mostrato una minore attività nella corteccia prefrontale, che in genere è associata a processi cognitivi superiori.
Ci si chiede se esiste un modo più veloce per forzare il cervello a raggiungere lo stato di flusso?
La buona notizia è che la risposta sembra essere sì anche se molti sono scettici a riguardo; questo quesito avrà risposta soltanto con la ricerca.
Non pensare a quello che stai facendo, basta concentrarsi sul risultato”.

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Category: Attualità

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